Entro al supermercato “solo per due cose”. Lo dico con la stessa convinzione con cui apro “solo una” tab in più mentre lavoro. Due minuti dopo ho già in mano un cestino, e il mio cervello sta facendo quello che fa sempre: trasformare una lista corta in un piccolo romanzo.
Il reparto che mi frega per primo è quello dei cereali. Scaffali pieni, colori urlati, mascotte che sembrano più motivate di me di lunedì mattina. Prendo la scatola della marca famosa senza pensare. È un gesto automatico, come mettere la cintura. Poi vedo la versione del supermercato, accanto, identica nel formato e quasi identica nell’odore (sì, annuso le scatole: non chiedere).
Mi fermo. Non perché sto per diventare una persona nuova, illuminata e minimalista. Mi fermo perché la settimana scorsa ho avuto quella sensazione fastidiosa: sto spendendo più di quanto mi sembra. Non più di quanto posso, non un dramma. Solo… più del necessario. E quando succede, il problema non è il denaro in sé: è la nebbia. Non sapere dove scivola via.
Allora mi viene in mente un test semplice. Non un “da oggi compro solo riso e dignità”. Un test da designer: piccolo, ripetibile, con un risultato che posso osservare senza farmi la morale.
Il momento in cui decido di smettere di indovinare
Rimetto la marca famosa sullo scaffale e prendo quella del supermercato. È una scelta minuscola, quasi ridicola. Ma mi accorgo che mi fa un effetto strano: mi sento come se stessi barando contro qualcuno. Come se esistesse un arbitro invisibile che mi fischia “fallo di gusto”.
E lì capisco che non sto scegliendo solo un prodotto. Sto scegliendo un’idea: la marca famosa è la versione “giusta” di me. Quella che non si accontenta. Quella che “sa cosa è buono”. Quella che, in fondo, si premia.
Solo che io non sono in una gara di premi. Sono in una vita reale, con spese reali, e con una cosa che mi interessa più del packaging: capire i miei automatismi.
Quindi faccio così: invece di decidere per sempre, decido per una settimana.
Il “test di budget” che mi salvo in testa (e poi sul telefono)
Regola del gioco: per sette giorni, quando ho davanti due alternative simili — marca famosa e marca del supermercato — scelgo solo una delle due categorie, ma in modo coerente. Non per tutto il carrello (non sono un monaco), solo per un gruppo di prodotti ripetuti: colazione, pasta, conserve, snack, detersivo. Cose che compro spesso e che non sono “speciali”.
La parte importante non è scegliere la marca del supermercato. È scegliere con intenzione e vedere cosa succede.
Per non trasformare il test in un’operazione di memoria creativa (“mi pare di aver speso uguale”), apro Monee appena esco dalla cassa e registro la spesa. Non con precisione da contabile, ma abbastanza da poter confrontare: supermercato, totale, note veloci.
Nelle note scrivo anche una cosa che di solito non traccio: come mi sento. Due parole. Tipo “soddisfatto”, “meh”, “mi manca qualcosa”, “ok, sorprendente”. È la parte che mi interessa davvero, perché le scelte di marca non sono solo logiche: sono emotive.
Cosa succede davvero (spoiler: non divento una persona triste)
Il primo giorno, a casa, apro i cereali e mi preparo a una delusione teatrale. Invece… sono buoni. Non “uguali”, ma buoni. La differenza è sottile, più nella testa che nella ciotola. Mi accorgo che la mia aspettativa era più rumorosa del sapore.
Con la pasta la cosa cambia: quella del supermercato va benissimo per certe ricette, ma quando faccio un piatto semplice (pochi ingredienti, tutto in evidenza) mi manca quella consistenza che associo alla marca famosa. Non è tragedia: è informazione.
Poi arriva il detersivo. Qui mi aspetto che la marca famosa vinca facile. E invece la versione del supermercato fa il suo lavoro. Non mi manda segnali mistici di purezza, ma pulisce. Il mio cervello, però, insiste a cercare un “profumo di sicurezza” come prova scientifica.
A metà settimana succede la cosa più interessante: smetto di pensarci. E quello, per me, è il punto. Quando una scelta smette di essere un gesto identitario, diventa semplicemente una scelta.
Alla fine dei sette giorni guardo le spese tracciate e mi trovo davanti a due risultati: uno pratico e uno psicologico.
Il pratico: in totale, spendo meno di quanto avrei fatto seguendo il pilota automatico. Non è una magia, è solo una somma di micro-differenze che, messe insieme, diventano “più di quanto pensavo”.
Il psicologico: mi accorgo che alcune marche famose non le compro per il prodotto, ma per come mi fanno sentire quando le metto nel carrello. È un dettaglio, ma è un dettaglio che costa.
Ecco cosa farei diversamente (se riparto domani)
Non farei il test su “tutto”. È troppo e diventa un referendum sulla mia personalità. Lo farei su una categoria alla volta: una settimana colazione, una settimana pulizia, una settimana snack. Così il confronto è più pulito e io non mi sento in punizione.
E soprattutto non cercherei un vincitore. Cercherei una mappa: dove vale la pena spendere di più per me e dove no.
Takeaway pratici (3–5 cose che mi porto via)
- Scegli una categoria di prodotti “ripetuti” e fai un test di sette giorni: coerenza batte forza di volontà.
- Traccia la spesa subito dopo la cassa e aggiungi due parole su come ti senti: spesso la marca compra emozioni, non qualità.
- Separare “va bene” da “mi importa davvero” è già un risparmio: non tutto merita la versione premium.
- Usa le marche famose come scelta intenzionale, non come default: funziona meglio anche come “premio”.
- Se qualcosa ti delude, non è un fallimento: è un dato. Cambia prodotto, non cambiare umore.
Se sei in questa situazione — quella nebbia in cui spendi “un po’ più del previsto” senza sapere perché — prova il test senza drammatizzare. Non serve diventare perfetti. Basta diventare curiosi abbastanza da smettere di indovinare.

